L’esperienza educativa attraverso l’arte cinematografica

di Vincenzo Palermo, Critico cinematografico e docente

Educare gli alunni delle scuole di ogni ordine e grado alla visione, alla comprensione e alla rielaborazione personale dell’opera filmica sta diventando una metodologia didattica sempre più utilizzata, grazie soprattutto allo sviluppo dei nuovi media e alle piccole grandi rivoluzioni nel campo dell’audiovisivo. Nel percorso di studio che affronteremo sono fondamentali i nuovi ritrovati della tecnologia che, anziché essere demonizzati, hanno bisogno di un notevole incentivo per garantire l’efficacia dei processi formativi. A perfezionare sempre di più le competenze, le modalità operative e le strategie di comunicazione, ci viene inoltre in aiuto il quadro normativo di riferimento.

La Legge 107,infatti, al comma 7 p.c. sostiene si debbano potenziare le competenze nel cinema, nelle tecniche e nei media di produzione e diffusione delle immagini e dei suoni;per riuscire ad elaborare un progetto di alta formazione cinematografica si ritiene indispensabile dunque un potenziamento effettivo delle capacità critiche e intuitive dell’alunno, nonché delle conoscenze di base di tutto il contesto di produzione e diffusione dell’audiovisivo, partendo da una preventiva fase di alfabetizzazione alla materia. A guidare il discente alla scoperta dell’opera filmica deve essere dunque un “educatore al gusto, alla tendenza, alla visione partecipata e riflessiva”, per usare le parole che André Bazin riferiva al ruolo ortodosso del critico cinematografico nella Francia del dopoguerra. Prima di addentrarmi in un discorso mirato alla buona educazione cinematografica, intendendo il cinema come macchina tecnologica produttrice di empatia e veicolo di informazione culturale per l’alunno, ritengo sia opportuno fare una veloce e generale panoramica sul prodotto cinematografico in senso stretto nella nostra epoca 3.0.

 

Quali strategie comunicative e didattiche possiede l’arte cinematografica? Si può oggi parlare ancora di cultura cinematografica a tutto tondo? Può definirsi lecito disquisire del cinema come istituzione globale o come singolo evento (festivaliero, museale, legato ad una rassegna specifica)? Oggi è più che mai lecito parlare di istituzione globale, globalizzata e contaminata, perché il cinema è quello delle riscritture, delle rivisitazioni, del riaggiornamento mitopoietico. Il racconto cinematografico diventa serie espansa ed espandibile come dimostrano i film sui supereroi Marvel o i nuovi episodi di Star Wars, singole avventure che si riapproprianodell’epos di fine anni 70 replicandone stili, contenuti e modelli di racconto. Il cinema, da questo punto di vista, diventa una forma di pedagogia della visione, educa ad un archetipo attraverso la potenza evocativa delle immagini e delle architetture visive su cui esse si poggiano. Fare critica cinematografica, dunque, al pari di insegnare in una scuola, equivale al divenire strumenti attivi di una pedagogia.Al di là di quello che a ben ragione potrebbe definirsioperazione transmediale di storytellingbasato sui casi dei film sopra descritti, c’è da riscontrare un imponente ritorno, negli ultimi dieci anni, dell’elemento fantastico sul grande schermo, quando fino a pochi anni fa il mercato era dominato da drammi e commedie. Il cinema cerca cioè di sopravvivere alle crisi che lo hanno investito ritornando al prototipo incantatorio e magico di Georges Méliès, l’inventore della “regia cinematografica” tutta dissolvenze e colori pennellati a mano su pellicola. Certo che, rinnegare temporaneamente il paradigma realista degli antecedenti fratelli Lumière, non corrisponde necessariamente ad un atto esecrabile, in quanto la settima arte deve fare i conti con una “realtà” che oggi vende meno e diventa meno redditizia per gli incassi al box office.Bisogna tuttavia ricordare che i film fantastici che circolano oggi, da Star Warsa Captain America – Civil War, non hanno solo pretese legate alpuro intrattenimento, che pure si ritiene necessario come funzione primaria del cinema, ma riescono ad incidere positivamente sulla lettura della nostra società attraverso immagini esemplificative e stili di narrazione peculiari. In Star Wars – Rogue Oneè riconoscibile ad esempio il prototipo del war movie hollywoodiano che ammicca a contesti bellici che oggi definiremmo asimmetrici e globali;in Mad Max: Fury Road, tra inseguimenti mozzafiato e avventure surreali, si nasconde un’importante riflessione sulla donna in una ipotetica società matriarcale, oltre che più di una analisi sugli scenari post-apocalittici in cui l’uomo lotta per le risorse primarie in esaurimento. Parliamo dunque di fantascienza “impegnata”, pur senza avere velleità filosofiche o socio-politiche. Maqual è oggi il ruolo della settima arte, e come può (ri)diventare uno strumento di conoscenza, dialogo e riflessione dei (e sui) meccanismi societari? Soprattutto oggi, nell’epoca 3.0 ad alto tasso di conoscenza reticolare e volatile, di digitalizzazione e crossmedialità, si avverte il bisogno di ridefinire un’eticaed un’esteticadel cinema, partendo proprio dalla dialettica che ha da sempre contraddistinto la settima arte: il realismo dei fratelli Lumière e gli incantesimi di George Méliès. In tale sede si ritiene opportuno affrontare un discorso sull’ “estetica dell’etica”, come cioè un film può essere radiografato nelle sue caratteristiche tecniche e svelare un mondo di empatia sotterranea, nascosta dietro un primo piano, un piano-sequenza, una panoramica avvolgente. Si vorrebbe, cioè, porre l’attenzione sulla tecnica cinematografica che è in grado di materializzare, per mezzo anche solo di uno sguardo in macchina il messaggio politicamente orientato della pellicola o la sua particolare visione del mondo. Oggi viviamo nell’era dell’icona perfetta ma spesso svuotata di significato, un multiverso in cui l’immagine, deprivata del suo statuto artistico, filosofico e ontologico, appare lontana dal rappresentare l’unità; è, anzi, veicolo del caos della frammentazione e si manifesta come depurata dalle immaginazioni epifaniche che Bergman definiva imprescindibili per la creazione della magia sul grande schermo. La soluzione non è demonizzare un fisiologico progresso raggiunto dalla tecnologia, ma intervenire per ridare un posto privilegiato al soggetto senziente e pensante, dare ai suoi occhi che scrutano ossessivamente lo schermo dello smartphonesu cui gravitano icone rimasticate come schegge impazzite, un ruolo di primo piano. È l’uomo in fin dei conti il principale costruttore di immaginari.

 

Il Cinema del reale – il paradigma Dardenne e l’estetica dell’etica.

 

Analisi del film “Due giorni, una notte” – Una rilettura per le scuole secondarie di secondo grado.

 

Trama: Sandra, dipendente presso una ditta di pannelli solari di Seraig, in Belgio, è costretta a lasciare temporaneamente la sua occupazione a causa di una depressione debilitante. Convinto che non sarà più utile come prima, il capo dell’azienda mette i suoi dipendenti di fronte ad una drastica scelta: accettare un bonus di mille euro ciascuno o consentire il reinserimento della donna in azienda. Sandra, dietro consiglio del marito, opererà una via crucis porta a porta per convincere i colleghi a votare per la sua reintegrazione.

 

Analisi: Seguendo il modello neorealista e la teoria del “pedinamento del reale” messa a punto da Cesare Zavattini, i fratelli Dardenne realizzano un mirabile esempio di cinema introspettivo del sociale: un modello di costruzione narrativa che scorre su toccantitableaux vivants. Rispetto a quanto detto in precedenza sul cinema fantastico, siamo qui distanti anni luce dagli standard ipercinetici a cui i ragazzi di oggi si sono col tempo abituati e assuefatti. Ciò che noi scorgiamo all’interno dell’immagine è il frutto di un’architettura visiva meditata e plasmata su un copione che fa riflettere non solo per il tema trattato, ma anche grazie agli accorgimenti stilistici utilizzati per parlare di crisi, della società e dell’individuo. Presentare agli allievi di scuola secondaria di secondo grado la filmografia dei cineasti belgi può sembrare un azzardo, ma è importante che il docente si assuma i rischi necessari per integrare il discorso sullo storytelling come strumento di creazione e condivisione di immaginari.Organizzando una proiezione del film Due giorni, una notteci si aspetta infatti una riflessione ad ampio raggio sulla disoccupazione, sulle opportunità sociali negate agli individui deboli, sull’ipocrisia del datore di lavoro, ma si attende anche il momento-redenzione, dopo la krisis, in cui le piccole comunità umane agenti comprendono il significato della parola solidarietà in tutte le sue forme. I quadri in movimento dei fratelli Dardenne, scarni e poco retorici, non hanno nemmeno un ricorrente leitmotiv musicale a fare da contrappunto emotivo alla storia; vi è giusto Gloria di Van Morrison a dare la carica a Sandra per permetterle di affrontare la sua dolorosa peregrinatioe salvare così il suo posto di lavoro. Un film difficile dunque, che sembrerebbe presentare poche attrattive per un ragazzo di scuola superiore, ma che potrebbe essere concepito come modello base per parlare di piani-sequenza empatici (riprese più o meno lunghe realizzate nella stessa unità di tempo) in cui l’attrice è tallonata di tre quarti dalla macchina da presa, quasi sempre trascinata, come una figura dello spleen baudelairiano, entro i bordi dell’inquadratura. Intrappolata in una ripresa che metaforizza uno spazio del dolore claustrofobico, in cui si cerca di sopravvivere annaspando. Per la donna si può provare empatia, compassione e mai pietà, lungo un percorso di accettazione e condivisione sociale che trova il proprio retroterra filosofico negli scritti di Emmanuel Lévinas: “il volto parlante” garantisce una comunicazione emotiva stabile tra due esseri umani che si guardano negli occhi, trasferendosi il proprio microcosmo interiore .

 

Boyhood - il “tempo” del cinema indipendente

 

Analisi del film Boyhood – Una rilettura per le scuole secondarie di secondo grado.

 

Il film racconta la vita di Mason Evans, dall’infanzia all’adolescenza, fino alla partenza per il college. Si tratta di un intenso romanzo di formazione che riflette sulla caducità dell’esistenza e sull’interferenza tra la pratica finzionale del cinema e la realtà vera: il cast invecchia insieme ai personaggi di fantasia, perché gli attori sono reclutati nell’arco dei dodici anni di riprese, dal 2001 al 2013. Il cinema di Richard Linklater, rispetto a quello “eticamente vero” dei fratelli Dardenne, utilizza un altro espediente per realizzare empatia e condivisione. Il suo bisogno di realismo come significato penetra nelle vite dei suoi personaggi e le vivifica non solo in qualità di personaggi, quanto anche qualificandoli come artefici di un destino collettivo. Il suo è un lavoro di sperimentazione continua sul tempo, inteso come attimo irripetibile e come momento quotidiano, di appassionata ricerca che utilizza immagini vere per descrivere un’epoca nei minimi dettagli. Come sostenuto dalla Nouvelle Vague, egli crea una connessione soprattutto emotiva tra gli attori in scena e l’ambientazione di riferimento, collegando il tempo di cui parla (dal 2001 al 2013 perBoyhood, metà anni 70 per La vita è un sognoe 1980 per Tutti vogliono qualcosa) all’intimità dei suoi personaggi. Il suo cinema diventa dunque documentario, esperimento antropologico e sociale che focalizza l’attenzione sull’incontro come fonte di conoscenza di sé e dell’altro. Il cinema assume allora la valenza di testimonianza storica attingibile grazie all’emersione, dalle trame del tempo, di una storia finzionale nella storia vera (gli attori sono anche i personaggi). Gli attori sono attraversati dagli attimi che li modificano, che li plasmano soprattutto nei momenti quotidiani, in questo caso come fanno i fratelli Dardenne, anche se il loro spazio-tempo è un luogo fisico misurabile grazie ad un espediente di natura filosofica, “anfratto” delimitato dalla sofferenza degli altri. Gli spettatori più adatti per un esperimento esistenzialista comeBoyhoodsarebbero proprio gli adolescenti, che vedono scorrere sullo schermo la temporalità, mai anarchica (non ci sono ellissi, flashback, flashforward o strani riavvolgimenti delle trame temporali), ma sempre lineare, composita, in stile grande romanzo di formazione. Così si può generare empatia, leggendo la vita di Mason, che si trasforma insieme alla storia collettiva degli Usa, dall’attacco alle Twin Towers all’insediamento di Barack Obama, e immaginando la propria. La vita di Mason, dei suoi genitori, di sua sorella, si modificano e si trasformano insieme alla storia americana, dall’attacco alle Twin Towers all’insediamento di Obama.

 

Cinema del reale – L’esperimento di Daniele Gaglianone: La mia classe

 

Chi ha inventato il “neorealismo” scolastico? Chi, fra gli eredi di Rossellini, ha sperimentato il cinema della realtà e i ritratti quotidiani con attori non protagonisti sulla scena? Forse il primo è stato Vittorio De Seta che nel 1972 ha girato Diario di un maestro, docu fiction trasmessa in tv in quattro puntate e tratto dal libro autobiografico Un anno a Pietralatadi Albino Bernardini. Il lavoro di De Seta, poi divenuto film di 135 minuti, racconta la vicenda di un arricchimento reciproco, tra maestro e alunni, nel degradato contesto dell’hinterland romano, un po’ l’equivalente dei bassifondi partenopei di Io speriamo che me la cavo.Se quest’ultimo è sviluppato secondo quello che abbiamo prima denominato “bildungsroman scolastico” a tinte favolistiche, il recente film di Daniele Gaglianone è, sulla scia di Diario di un maestro, un esperimento visivo che annienta ogni barriera tra realtà e finzione, anzi, è proprio l’esempio più concreto di una metanarrazione realistica in cui sono stati inseriti elementi finzionali. Valerio Mastandrea interpreta un maestro che dà lezioni di italiano a un gruppo eterogeneo di extracomunitari, alle prese con le normali incertezze linguistiche e la nuova realtà socio-culturale e politica di riferimento. Il vario microcosmo di Issa e di tutti gli altri stranieri, i loro sogni, le loro paure, le loro certezze e i loro valori incrollabili, si scontrano, subito dopo le prime scene introduttive, con l’irruzione improvvisa della realtà: entra in scena il regista, i microfonisti e gli attrezzisti di scena e , soprattutto, è visibile la macchina da presa che, solo qualche sequenza prima, pedinava di nascosto e con l’ausilio del ralenti l’unico vero attore sulla scena, Valerio Mastandrea. Tutti gli altri personaggi sul set sono attori non professionisti e gioie e dolori messi in campo sono gli stessi che essi vivono quotidianamente. Lo stile ellittico, la mancanza di un intreccio e la penetrazione graduale di schegge di realtà, rendono La mia classeuno dei più interessanti esempi di cinema a mezzo tra autorappresentazione e cinema verità. Qual è l’effetto prodotto da questo continuo e inarrestabile flusso di interferenze tra visione documentaristica e fiction legata al normale lavoro sullo script e sulla recitazione? Non c’è straniamento, né si opta per una rassegna di vuoti luoghi comuni coincidenti con i drammi dei protagonisti. Se Issa, uno degli extracomunitari, ha paura che possano revocare il suo passaporto, la notizia è vera tanto per noi spettatori, tanto per gli uffici dell’immigrazione del comune di Roma dove è ambientato il film (precisamente in zona Torpignattara). A partire dalla visione dell’opera di Gaglianone sarebbe auspicabile la creazione, all’interno della programmazione scolastica, di laboratori cinematografici che spieghino all’alunno il valore sociale e culturale dell’opera filmica in fieri e poi conclusa. Sarebbe svilente se ci si limitasse, nell’ambito di lezioni frontali o laboratoriali a partecipazione diretta, a incoraggiare alla visione di un lungometraggio senza poi riservare non un semplice e sbrigativo momento di discussione subito dopo lo scorrere dei titoli di coda, ma un ampio spazio di riflessione con a monte un lavoro guida di preparazione. Freud parlava di due vie per il raggiungimento di un processo psichico legato alla soddisfazione di un bisogno o di un’esperienza. La “via breve” è quella predominante nella nostra società multi tasking, e si riconnette all’immediato soddisfacimento del desiderio, quella “lunga” è la più meditata e tende a differire nel tempo l’appagamento derivato da una qualsiasi esperienza. Se trasponiamo le metafore freudiane in ambito scolastico, ci accorgiamo che si crea un vero e proprio corto circuito tra la lettura, attività che coincide col bisogno soddisfatto nel tempo e le immagini, icone veloci che soprattutto oggi sfuggono al soddisfacimento protratto e che rendono la comprensione dell’alunno quasi istantanea.

 

Il film è, come sappiamo, rappresentato da immagini in movimento, ma è anche sceneggiatura (racconto), montaggio (riordinamento delle singole inquadrature), colonna sonora (musica o solo rumori di sottofondo); è complesso lavoro di assemblaggio con uno specifico linguaggio, come ben sosteneva Manuel de Oliveira. Dunque, non essendo solo immagine ipercinetica capace di convogliare conoscenza istantanea, deve essere, soprattutto nell’ambito di un progetto scolastico, disassemblato in modo che l’alunno possa comprenderne meccanismi e funzioni didattiche. Sarebbe interessante proporre una serie di cortometraggi in cui ciascun alunno, un giorno a settimana, con il medesimo “habitus” scolastico, reciti se stesso e parli davanti alla telecamera dei suoi problemi, dei suoi sogni, delle sue aspettative, in una forma di metaracconto che possa poi circolare, insieme a quello degli altri ragazzi, nell’intera istituzione, al fine di creare una rete di scambi che potrebbero essere poi riversati in un’apposita mediateca scolastica. In tal modo il veicolo cinema diverrebbe storia condivisa attraverso una “bella immagine” con altissimo valore didattico. Il cinema diventa così racconto sociale, ma anche costruzione e tecnica. Grazie soprattutto alla legge 107 la settima arte può così essere pars costruensdi un percorso di formazione didattica che basa la sua forza sull’immagine e sul suo significato.

 

Vincenzo Palermo

Rivista Online

Sommario

Editoriale
Fare l’Insegnante: sperimentare per innovare
di Ivana Summa e Luciano Lelli

 

TEMI DI SCUOLA

Rapporto scuola territorio: serve ancora parlarne?

di Marina Bertiglia

 

A proposito della polemica sull’impreparazione linguistica degli studenti universitari italiani

di Luciano Lelli

 

PROBLEMI DI SCUOLA

Il lessico dell’inclusione

di Filippo Cancellieri

 

La relazione come strumento di negoziazione nel contesto classe

di Vittorio Venuti

 

SCUOLA DELL’INFANZIA

Ampliamo il lessico in modo giocoso

di Nicoletta Calzolari

 

“Qualifichiamo insieme la nostra scuola”: la partecipazione delle famiglie

di Roberta Roversi

 

SCUOLA PRIMARIA

Entusiasmo Empatia Apprendimento

di Rosanna Rinaldi

 

Dalla musica alla struttura della fiaba

di Elisabetta Renda

 

SCUOLA SECONDARIA I GRADO

In principio era il verbo: dal verbo alla frase, dalla frase al testo per una più ampia competenza linguistico - semantica - testuale

di Michela Agazzani

 

Matematica: imparare esplorando

di Marco Bardelli

 

Scrittura sensoriale: competenze in tutti i sensi!

di Antonino Favara

 

SCUOLA SECONDARIA II GRADO

Il laboratorio della lingua liquida

di Laura Azzoni

 

Fisica nel laboratorio di informatica

di Massimo Esposito

 

ISTRUZIONE DEGLI ADULTI

Insegnare agli adulti

di M. Grazia Accorsi

 

Maestri del passato che parlano al presente

Maria Montessori: una pedagogista mondiale

di Laura Rossi

 

Arte Musica Spettacolo

I linguaggi del diverso: tra storia e ultime frontiere

di Vincenzo Palermo

Legislazione e normativa scolastica

Il voto trasparente

di Anna Armone

 

Dall’ufficio di segreteria

I progetti P.O.N. - un’opportunità per gli insegnanti

di Marta Bassani

 

Un libro al mese

Tutta un’altra scuola! Quella di oggi ha i giorni contati

di Ivana Summa

 

Lettera al Direttore

Risponde Ivana Summa

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